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I no-vax citano i miei studi sul grafene senza averli capiti

Tutto comincia con una mail. Una mail insolita, da parte di un editore. Il tuo articolo ha raggiunto le 70 mila visualizzazioni. Numeri da influencer, numeri che solitamente non si vedono per una pubblicazione scientifica. Un articolo scientifico sul grafene del 2018 in tendenza nel 2021 durante la pandemia da coronavirus (SARS-CoV-2). Cosa è accaduto?

Nel frattempo le visualizzazioni sono arrivate a 90 mila. L’articolo lo potete trovare qui.

A raccontarci questa incredibile storia è Mattia Bramini, ricercatore e docente all’università spagnola di Granada. Durante la sua attività di ricerca Bramini si è occupato di nanomateriali e in particolare delle applicazioni del grafene in campo biomedico.

Un po’ di cronistoria

Nel 2018 Mattia Bramini e colleghi scrivono una review – la review è un articolo scientifico che cerca di fare il punto sui progressi e sfide ancora aperte in un determinato campo scientifico – dal titolo “Interfacing Graphene-Based Materials With Neural Cells”. La review si concentra sui possibili utilizzi del grafene nel campo delle neuroscienze, citando gli studi condotti fino a quel momento dove si discutono le potenzialità e soprattutto la biocompatibilità del materiale.


Che cos’è il grafene. Il grafene è un foglio di atomi di carbonio strettamente legati tra loro e disposti a formare una struttura esagonale a nido d’api (o favo per i più precisi). Questa particolare disposizione degli atomi di carbonio (che sono tutti uguali tra loro) conferisce al materiale delle caratteristiche peculiari: il grafene è flessibile, leggero, trasparente e allo stesso tempo il materiale più resistente conosciuto. In aggiunta, il grafene è un materiale altamente conduttivo e quindi di interesse per una serie di applicazioni: dai dispositivi elettronici flessibili alla medicina e, appunto, le neuroscienze.


Nel 2021 la review genera un’anomala attenzione sui social, ad accendere la miccia è un sito di disinformazione spagnolo che utilizza e linka lo studio per dimostrare un piano mondiale di controllo delle menti attraverso il grafene presente nei vaccini. Come se non bastasse, a distanza di pochi giorni da queste farneticazioni, si aggiungono dichiarazioni presunte analisi di una fiala di vaccino da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Almeria. Le conclusioni costringono l’Università a rilasciare un comunicato ufficiale per prendere le distanze dai ricercatori.

Ciliegina sulla torta, gli stessi ricercatori a distanza di svariate settimane pubblicheranno una nota per prendere le distanze dalle conclusioni dei loro stessi studi (con tanto di lettera firmata che si può trovare e scaricare qui). Per gli amanti del complotto questo è l’ennesimo esempio di ricercatori messi a tacere, ma la realtà delle cose dice altro: ricercatori mediocri che volontariamente o meno (non sta a noi decidere se ci sia intenzionalità) forniscono una base falsamente scientifica alle teorie più assurde.

Rimanendo nel campo dei ricercatori mediocri non potevano mancare in questa storia gli italianissimi Stefano Montanari e Antonietta Gatti, la nanocoppia che ci invidia tutto il mondo. I due per l’occasione optano per una cosa a tre, pubblicando uno studio livello tesina delle medie a firma Young – Gatti – Montanari. La conclusione è sempre la stessa: nei vaccini ci sarebbe ogni genere di porcheria e soprattutto l’ossido di grafene.

“Le tecniche che il trio ha utilizzato non sono sufficienti per l’identificazione di grafene o grafene ossido-ridotto. Per identificare il grafene si utilizza la Raman Spectroscopy. Non si utilizzano immagini comparative di microscopia ottica e/o elettronica, perché utilizzando questi metodi è praticamente impossibile distinguere il grafene dalla comune polvere. Questi dicono di aver trovato il grafene perché i loro campioni assomigliano per analogia morfologica al grafene.”

Non finisce qui, per dimostrare al mondo che l’Italia è leader nelle pseudoscienze e che questa storia del grafene nei vaccini ci ha veramente intrigato arriva a settembre 2021 un’interrogazione parlamentare da parte della deputata Sara Cunial. Il copione è lo stesso, nuovi studi (sbagliati in ogni singolo dettaglio) dicono che nei vaccini ci sono delle sostanze pericolose, tra cui il grafene.

“Il modo più semplice per capire che non sanno di cosa parlano e chiedere una foto dei campioni analizzati. Alle concentrazioni che dicono di aver trovato la soluzione contenente grafene sarebbe scura. Ma questo non lo puoi sapere se non hai mai lavorato con questo materiale.”

In conclusione non poteva mancare Loretta Bolgan. Su Youtube è possibile trovare delle interessantissime conferenze nelle quali Loretta Bolgan afferma che indubbiamente sia presente il grafene nei vaccini. Insomma, il grafene per i no-vax è il nuovo viagra e feti abortiti.

Cosa dice in breve la teoria no-vax sul grafene nei vaccini

Lo studio di Bramini e colleghi secondo diversi no-vax italiani (Loretta Bolgan, Stefano Montanari, Antonietta Gatti, Sara Cunial etc etc) sarebbe una delle prove provanti che il grafene presente nei vaccini (1) contro il coronavirus (SARS-CoV-2) possa raggiungere il cervello (2) e interferire con la funzionalità dell’organo (3). Per alcuni, quelli con dottorato di ricerca conseguito su Telegram, il grafene non sarebbe nient’altro che “l’antenna” con la quale chi controlla il 5G potrà controllare anche le menti dei vaccinati (4).

Perchè la storia del grafene nei vaccini è assurda e demenziale

Analizziamo per punti questa geniale teoria.

1) Nei vaccini c’è il grafene? No. Il grafene con il quale lavorano Bramini e colleghi internazionali è un materiale estremamente costoso, di difficile produzione e che necessità tecnologie che solo poche aziende nel mondo hanno. E no, le case farmaceutiche che producono i vaccini non sono tra queste. Non stiamo parlando del telaio di una bici da corsa, di cui comunque tutti abbiamo idea del costo, il grafene per applicazione biomedica è grafene con determinate caratteristiche di purezza e dimensione. Caratteristiche che ovviamente ne aumentano il costo.

2) Il grafene raggiunge il cervello? Al momento non è mai stata provato. Il nostro organismo si è evoluto per evitare che ogni singola sostanza presente nel sangue o linfa possa raggiungere il cervello. La dogana che separa il cervello dal resto del corpo è chiamata barriera ematoencefalica. Questo è indubbiamente per noi un vantaggio per una serie di fattori come ad esempio tenere alla larga infezioni dal raggiungere il cervello. Allo stesso tempo la barriera ematoencefalica è un ostacolo da superare per tutta una serie di tecnologie biomediche che vorremo sviluppare. Se un giorno saremo in grado di sfruttare l’RNA per il trattamento di certi tipi di tumori, non potremo iniettare nella spalla il farmaco se il target è il cervello. Esistono studi in vitro e uno in vivo su roditori, con ossido di grafene ridotto, che dicono che il materiale non è in grado di superare la barriera ematoencefalica. In generale il passaggio dipende dalla grandezza dei fiocchi di grafene, ma i nostri pseudo-scienziati non ci danno informazioni.

3) Il grafene interferisce con la funzionalità dei nostri organi? Dipende. La domanda non ha una semplice e univoca risposta. Il grafene è un materiale composto da atomi di carbonio, gli stessi atomi su cui si è sviluppata la vita sulla Terra. A determinare l’esito dell’interazione tessuto-grafene sono diversi fattori: i) struttura tridimensionale del grafene ii) composizione del materiale. Ad esempio l’ossido di grafene che molti no-vax dicono di aver trovato nei vaccini, e che suona più minaccioso, in realtà è un materiale che viene più facilmente degradato dalle nostre cellule tramite l’azione dei lisosomi.

4) Le antenne e altre storie fantasy. Il grafene è un materiale conduttivo. Il grafene non è un materiale magnetico. Come farebbe a rispondere alle onde elettromagnetiche? Ogni volta che questa brillante teoria viene citata un fisico si rivolta nella tomba.

A cosa serve veramente il grafene

“Il grafene livello neuronale ha sicuramente del potenziale come materiale sia per lo sviluppo di nuovi sistemi diagnostici (mi riferisco ad elettrodi e biosensori) che terapeutici (tipo supporti bi-tridimensionali per la rigenerazione neuronale – si pensi a malattie neurodegenerative per esempio o traumi). La strada è comunque ancora molto lunga e il fatto che ci siano studi che descrivano il comportamento delle cellule neuronali a contatto col grafene può solo che essere visto positivamente per ampliare le nostre conoscenze e poter sviluppare nuove tecnologie mediche.”

Ringraziamo infinitamente il professor Bramini per aver condiviso con noi questa storia e per il tempo che ci ha dedicato.


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