Biologi per la Scienza
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Non dimentichiamo Carlo Urbani

“O Signore, da’ a ciascuno la sua morte, frutto di quella vita in cui trovò amore, senso e pena.” (Heinrich Heine) Io credo che ciascuno di noi, in un certo qual modo, si prepari alla morte. Alcuni lo fanno coscientemente, altri invece, arrivano al passo finale senza vera consapevolezza. Per questo motivo un tempo i cattolici pregavano Dio di liberarli da una morte improvvisa. A me l’idea di morire mette una sacrosanta paura, ma spero di arrivarci nel modo giusto, consapevole e ben preparata. Mi auguro di giungere all’ultimo istante con la fiducia che viene dall’aver speso bene la mia vita.

Carlo Urbani è un esempio luminoso di come sia possibile fare della propria esistenza un capolavoro di amore per il prossimo.

La fine prematura di Carlo Urbani non ha nulla di casuale. Sin dalla prima giovinezza egli si è speso generosamente per gli altri. Il suo lavoro di medico lo ha messo in condizione di essere vicino ai più fragili e deboli, agli ultimi tra gli ultimi.

Prestare la sua opera in paesi devastati da epidemie, ma anche da miseria, fame e mancanza di democrazia, è stata una scelta quasi naturale per chi pensava di non essere il padrone della propria vita, ma di averla ricevuta in dono per spenderla a favore del prossimo. Anche lo studio, assiduo e impegnativo, per essere all’altezza della sua professione, è stato per lui un modo concreto di mettersi al servizio dei malati e non un modo per acquisire prestigio e onori.

Sulla sua fine abbiamo ben poco da dire.

Pur non essendo obbligato, accorse in aiuto dei colleghi che dovevano affrontare la SARS una patologia letale e sconosciuta. In pochi giorni, convulsi e decisivi, scoprì l’agente causale della malattia (il Coronavirus, SARS-CoV), pose in essere misure di prevenzione efficacissime e, infine, contagiato egli pure, morì.

Sua ultima preoccupazione mettere in salvo i figli, ancora in tenera età.

Io non lo compiango. Lo ammiro.

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