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Divulgazione Neuroscienze

Ma la libertà di scelta esiste?

Di Elisa Corti – Dottoranda (Università di Coimbra – Portogallo)

Ciao, sono Elisa e quando mi è stato chiesto di preparare un pezzo su un argomento che reputavo interessante, io ho scelto di acconsentire. Forse.

Ognuno di noi si trova quotidianamente di fronte a delle scelte: cosa indossare, cosa mangiare per colazione, se rispondere a una telefonata o se andare in palestra. Tutti abbiamo, almeno fino a un certo punto, il controllo delle nostre azioni e siamo in grado di scegliere di prendere dall’armadio la maglietta blu, di mettere la moka sul fornello, di alzare la cornetta e di riposarci sul divano dopo una giornata stancante. Le nostre vite sono piene di decisioni che crediamo di prendere in autonomia. Ma è davvero così?

Da sempre i filosofi si interrogano sull’esistenza e sul significato del libero arbitrio. La maggioranza delle visioni convergono su uno scenario in cui gli uomini sono liberi: liberi di scegliere per esempio cosa è bene e cosa è male, cosa è importante e cosa no, per cosa lottare e per cosa arrendersi.

Il Bereitschaftspotential, o potenziale di prontezza

Nel 1964 però, due ricercatori tedeschi aprirono il vaso di Pandora. Il lavoro di Hans Helmut Kornhuber e Lüder Deecke originava dalla loro critica alla visione, imperante a quell’epoca, del cervello come una macchina che produce pensieri e azioni sempre e solo in risposta agli stimoli in arrivo dal mondo esterno. Per soddisfare il loro desiderio di capire come il cervello sia in grado di generare un’azione in assenza di stimoli esterni, Kornhuber e Deecke invitarono una dozzina di persone a sedersi a un tavolo e chiesero loro di eseguire un’azione molto semplice: flettere l’indice della mano ogni qualvolta lo volessero. L’attività cerebrale dei soggetti era costantemente monitorata tramite una tecnica chiamata elettroencefalogramma (EEG), che consiste nell’utilizzo di una cuffia sulla quale sono montati vari elettrodi. Ogni elettrodo è in grado di registrare l’attività elettrica dei neuroni sottostanti l’elettrodo stesso, che viene descritta tramite tracce, linee spezzate che ricordano vagamente i grafici dell’andamento dei mercati finanziari. Proprio osservando queste tracce, i due si accorsero che mezzo secondo prima della flessione del dito si osservava un particolare pattern nell’attività cerebrale dei soggetti (un aumento seguito da un brusco decremento) che i due scienziati chiamarono Bereitschaftspotential, o potenziale di prontezza. Il Bereitschaftspotential scoperto da Kornhuber e Deecke rappresentava ciò che anticipa il compimento di un’azione, il primo segno che indicava che la decisione di flettere il dito era stata presa. In altre parole, osservando la presenza del potenziale di prontezza, gli scienziati potevano affermare che mezzo secondo dopo il soggetto avrebbe flesso il dito.

È il cervello a scegliere per noi?

Due anni dopo, il ricercatore Benjamin Libet cercò di capire cosa succedesse nel mezzo secondo che separa la comparsa del potenziale di prontezza e il compimento dell’azione (la flessione del dito). Egli ripetè lo studio di Kornhuber e Deecke, chiedendo ai partecipanti di comunicare il momento in cui la decisione di flettere l’indice veniva presa. Come atteso, il Bereitschaftspotential comparve 500 millisecondi prima della flessione del dito. Il problema è che i soggetti riportarono di aver deciso di flettere il dito solamente 150 millisecondi prima di muoverlo effettivamente. C’era dunque un divario di 350 millisecondi tra il momento in cui nel cervello compariva il segno che l’azione stava per essere compiuta (il potenziale di prontezza) ed il momento in cui i soggetti riportavano di aver effettivamente preso quella decisione. Era come se il cervello avesse autonomamente deciso di iniziare un’azione ancor prima che la persona ne diventasse cosciente.

Gli sviluppi moderni

Un drastico cambio di paradigma si ebbe nel 2010 grazie al ricercatore Aaron Schurger. Egli stava studiando tramite EEG le fluttuazioni spontanee dell’attività cerebrale a riposo, che derivano solamente dal funzionamento di miliardi di neuroni interconnessi tra loro. Schurger ebbe l’idea di combinare le tracce ottenute dai singoli elettrodi, per avere un’idea del livello di attività generale del cervello e ottenne così qualcosa che assomigliava molto al Bereitschaftspotential. In questo caso nessuna azione stava per essere compiuta, quindi egli giunse alla conclusione che il potenziale di prontezza non ha uno scopo preciso (quello di iniziare un’azione), ma è qualcosa di correlato alle fluttuazioni spontanee dell’attività cerebrale.

Il nuovo modello di Schurger

Due anni dopo, Aaron Schurger, Jacobo Sitt e Stanislas Dehane, proposero una teoria: quando dobbiamo scegliere tra due opzioni, per esempio A e B, ci sono gruppi di neuroni che hanno il compito di valutare i pro e i contro di ogni opzione, e fanno ciò rispettivamente aumentando o diminuendo la loro attività. Se l’opzione A presenta più contro che pro, i neuroni coinvolti non saranno molto “entusiasti” e mostreranno un livello minore di attività. Viceversa se l’opzione B è quella vincente, i nostri neuroni saranno più “entusiasti”, cioè più attivi. Quando l’attività di questo gruppo di neuroni cresce a tal punto da superare un determinato valore soglia, noi siamo pronti a scegliere B e a non scegliere A. Però c’è un però. Negli esperimenti di Kornhuber, Deecke e Libet non c’erano opzioni tra cui scegliere ma un’azione spontanea da compiere. In questo caso non ci sono gruppi di neuroni che devono valutare qualcosa, quindi come è possibile raggiungere e superare il valore soglia? Ecco che ritornano in gioco le fluttuazioni dell’attività cerebrale a riposo: quando casualmente l’attività dei neuroni è più alta, essa è più vicina al valore soglia. In questa circostanza sarebbe quindi più probabile per i soggetti decidere di flettere il dito. Ciò non significa, come sosteneva Libet, che il cervello decide per noi, piuttosto che queste fluttuazioni spontanee permettono di facilitare o meno il raggiungimento del valore soglia, quindi di prendere o meno una decisione in assenza di fattori esterni su cui basarci.

Un esperimento più rassicurante

Recentemente, Schurger ha ripetuto l’esperimento di Libet, includendo nello studio anche persone che non avrebbero dovuto muovere il dito. Se Libet aveva ragione, cioè se il cervello decide autonomamente quando flettere il dito, l’attività cerebrale dei soggetti che dovevano muovere il dito avrebbe dovuto differire da quella dei soggetti che dovevano stare fermi circa mezzo secondo prima della flessione dell’indice: nel primo caso si sarebbe osservato il Bereitschaftspotential, nel secondo caso no. Ciò non è accaduto. Anzi. Differenze tra l’attività cerebrale dei due gruppi di soggetti sono emerse solamente 150 millisecondi prima del movimento, cioè nel momento in cui i soggetti dichiaravano di essere coscienti dell’urgenza di muovere il dito. Quindi la presa di coscienza della decisione coincideva con la presa della decisione stessa.

Non è detto che Schurger abbia ragione, ulteriori studi servono per chiarire la questione e per capire se effettivamente siamo in grado di prendere decisioni, di modificare l’influenza esercitata dal mondo esterno, o se semplicemente il nostro prendere decisioni sia il risultato di una soglia oltrepassata in seguito all’azione che il mondo esterno esercita su di noi.

Ciao, sono Elisa e non so più se ho scelto di scrivere questo articolo o no.

Per approfondire

https://link.springer.com/article/10.1007/BF00412364

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31629833/

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