Image default
COVID-19

Mutazioni, contagi, scuole e vaccini

È da inizio dicembre che si parla della “variante inglese” di SARS-CoV-2, ed è giunto il momento di spiegare cosa effettivamente sappiamo al riguardo e di fare qualche considerazione.


Cosa sappiamo?

La variante “inglese”, più correttamente nota come B.1.1.7, è stata rilevata per la prima volta in Inghilterra a fine settembre. Rispetto alla variante “classica”, B.1.1.7 presenta numerose mutazioni, di cui la più rilevante è N501Y nella proteina S.

Questa mutazione non è in punto casuale della proteina, ma nella regione che si lega ad ACE2, il recettore presente sulle cellule che viene sfruttato dal virus per entrarci. In alcuni modelli animali si è visto che questa piccola mutazione è in grado di rendere il virus più affine ad ACE2, il che ne rende più facile la diffusione.

Perché? Perché per dare inizio a un’infezione c’è bisogno che un certo numero di particelle virali entri dentro un certo numero di cellule, e se il virus diventa più bravo a legarsi alle cellule il numero minimo di particelle virali necessarie diminuirà.

Se immaginate le vostre cellule come degli alberi di Natale, le particelle virali sono le palline. A differenza delle palline però, le particelle virali non vengono appese ordinatamente sulle cellule, ma sono lanciate contro di esse più o meno a caso, e solo in alcuni casi riescono a incontrare il recettore giusto, legarvisi e dare inizio all’infezione. La mutazione N501Y sulla proteina S equivale a mettere un gancetto sulle palline, che quindi si legheranno più facilmente all’albero (alla cellula).

Un maggiore indice di contagio indica infatti che ogni infetto contagerà in media più persone e che potrebbe essere quindi molto più difficile contenere l’epidemia.

Secondo un recente pre-print dell’Imperial Collage di Londra questa nuova variante, nonostante non sia più letale, è molto più efficace nel diffondersi di quella classica. In alcune regioni dell’Inghilterra B.1.1.7. è diventata negli ultimi mesi la variante prevalente, e in quelle stesse regioni è anche stato osservato un aumento drammatico dei contagi. Questi due dati presi assieme hanno spinto i ricercatori ad affermare che l’indice di contagio della nuova variante possa essere più alto, da +0,4 a +0,7, il che è una cosa decisamente preoccupante. Un maggiore indice di contagio indica infatti che ogni infetto contagerà in media più persone e che potrebbe essere quindi molto più difficile contenere l’epidemia.

Non solo, ma i ricercatori hanno anche notato che la nuova variante sembra anche essere in grado di infettare meglio le persone di età inferiore a 20 anni, ovvero quelle in età scolare: fino ad ora infatti i bambini e i ragazzi sembravano meno infettabili da SARS-CoV-2 rispetto agli adulti. L’ipotesi avanzata per giustificare questo fenomeno era che le loro cellule presentassero meno copie di ACE2, e che quindi il virus avesse meno “appigli” per infettarle. Il fatto che la nuova variante sia più affine al recettore spiegherebbe quindi anche perché sia più in grado di infettare i giovani.

Sempre nella proteina S della variante B.1.1.7 c’è anche una piccola delezione (Δ69-70) che la rende invisibile ai test molecolari TaqPath prodotti dalla ThermoFisher.

È un problema? No, perché quei test molecolari non si basano solo sul gene della proteina S, ma anche su altri due geni, il che significa che gli infetti risultano comunque positivi (2 geni su 3 = positivo). Questo potrebbe essere addirittura un vantaggio: se infatti una persona risulta positiva per gli altri due geni, ma non per S, si può affermare con relativa certezza che quella persona è infetta con la variante B.1.1.7.

La maggioranza dei tamponi eseguiti nel Regno Unito è anche in grado di individuare la nuova variante, in Italia solo un’esigua minoranza per non dire nessuno.

La fregatura? Mentre nel Regno Unito i test TaqPath prodotti dalla ThermoFisher sono la maggioranza di quelli effettuati, in Italia sono un’esigua minoranza per non dire nessuno. Ciò significa che noi continueremo ad essere in grado di individuare i positivi, ma a differenza degli inglesi non potremo dire se sono infetti con B.1.1.7. a meno che in parallelo al tampone non venga fatto anche un sequenziamento.

I casi di B.1.1.7. fino ad ora rilevati in Italia sono meno di una ventina, ma dato che la procedura per rilevarli viene raramente svolta è plausibile ipotizzare che siano di più.


Le considerazioni

Detto molto chiaramente: riaprire le scuole con una situazione tanto incerta non appare come un rischio che vale la pena di correre.

Capiamo perfettamente che la didattica a distanza e i figli a casa non siano situazioni ottimali, ma ora è più che mai necessario soppesare attentamente i rischi e i benefici. Il fatto che B.1.1.7. in Italia sia stata cercata poco, unito alla diminuzione di tamponi effettuati durante le feste e agli inevitabili maggiori contatti sociali, rendono la situazione epidemiologica decisamente difficile da valutare. La riapertura potrebbe favorire molto la diffusione della nuova variante tra i più giovani che poi la diffonderebbero tra gli adulti, rischiando di portarci a una situazione simile a quella di Londra, dove alcuni ospedali hanno dichiarato di star operando in modalità “catastrofe”.

Non ci sono prove che B.1.1.7. sia in grado di evadere la risposta immunitaria prodotta dal vaccino. Per ora.

Le prospettive per il prossimo mese non sono “bene” o “male”, ma “male” o “malissimo” a seconda della diffusione della nuova variante.

L’unica nota positiva, ma sarebbe più corretto dire non-negativa, è che non ci sono prove che B.1.1.7. sia in grado di evadere la risposta immunitaria prodotta dal vaccino. Per ora.

Nonostante SARS-CoV-2 muti molto meno degli altri virus a RNA, ogni infezione è infatti una possibilità in più di mutare, e se da un certo punto di vista l’emersione di una variante vaccino-resistente è altamente improbabile, resta comunque un evento infinitamente rischioso. Il fatto che si stia lentamente creando una popolazione di vaccinati significa che, nella malaugurata eventualità in cui per caso emergesse tra i non-vaccinati una variante vaccino-resistente questa avrebbe la possibilità di diffondersi indisturbata tra i vaccinati.

Più lentamente si vaccina, più le possibilità di incontro tra un vaccinato e un non-vaccinato infetto aumentano, più aumenta il rischio di selezione di varianti vaccino-resistenti.


Stiamo parlando di certezze? No.

Sono tutte possibilità, ma se c’è una cosa ci ha insegnato B.1.1.7. è che per quanto remoti, i rischi non vanno ignorati, ragione per cui ora è cruciale e vitale mantenere bassi i contagi e vaccinare tutti velocemente onde evitare di vanificare tutti i sacrifici dell’anno passato.


Articoli correlati

Perché i non vaccinati causano le varianti

Biologi per la Scienza

C’era una volta il tracciamento

Biologi per la Scienza

Perché le case farmaceutiche non producono abbastanza vaccini? È colpa dei brevetti?

Biologi per la Scienza

Questo sito, come tutti i siti web, utilizza i cookie. ACCETTA LEGGI L'INFORMATIVA