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COVID-19 Divulgazione

C’era una volta il tracciamento

C’era una volta il tracciamento…

Naaa, scherziamo, il tracciamento non c’è mai veramente stato. Certo, ci abbiamo provato, ma l’impennata di contagi delle ultime settimane è la prova che qualcosa evidentemente non ha funzionato. 

Il tracciamento permette di isolare i contatti stretti dei positivi così da evitare che questi a loro volta infettino altre persone, e serve a mantenere basso l’indice di trasmissione (Rt)*. Idealmente, tracciando tutti i contatti di un positivo, l’Rt viene portato a meno di 1 (teoricamente a 0), il che significa che il numero dei contagi scenderà nel tempo portando alla scomparsa dell’epidemia. 

Tutto ciò ovviamente è possibile su un piano molto teorico che è vagamente attuabile solo con un adeguato numero di “tracciatori” ad occuparsi di intervistare i positivi e comunicare coi loro contatti. Con l’aumento dei contagi, il numero di positivi è diventato tale che i (pochi) tracciatori non sono più riusciti a gestire tutti i nuovi contagiati e di conseguenza molti dei loro contatti stretti sono sfuggiti al sistema. Con le conseguenze che stiamo vedendo tutti. 

La soglia del 3% di tamponi giornalieri positivi, ritenuta come un importante indicatore di come stia procedendo il monitoraggio dell’epidemia è stata superata quasi un mese fa. Il dato vero che deve far riflettere è quello della percentuale di positivi che non sa da chi siano stati contagiati, anch’esso in crescita costante.

E qui veniamo finalmente al nocciolo della questione, perché se i contagi sono aumentati tanto da assumere ora un andamento esponenziale, è evidente che deve esserci sempre stato un qualche errore sistematico nel tracciamento. Per spiegarvi il problema, vi raccontiamo una storia.

Durante la seconda guerra mondiale l’esercito americano aveva deciso di migliorare i propri aerei per renderli più resistenti agli attacchi nemici. Mentre i generali dell’esercito proponevano di rinforzare le parti dell’aereo che risultavano maggiormente danneggiate al ritorno dalle missioni, lo statistico ungherese Abraham Wald suggerì di fare l’opposto. Le parti meno danneggiate infatti erano quelle che non potevano essere assolutamente colpite pena la caduta dell’aereo, ed era per questo che negli aerei ritornati dalle missioni risultavano sempre integre: il minimo danno avrebbe impedito all’aereo di fare ritorno. 

Questo problema, chiamato bias di selezione, è lo stesso che si può vedere nel tracciamento dei contagi: il positivo intervistato è in grado di nominare solo i contatti stretti di cui conosce il nome, che non sono necessariamente tutti. Come si fa ad avvertire chi gli è stato seduto a fianco per mezz’ora in metro? E chi era nel tavolo a fianco a cena? E impossibile pensare di tracciare efficacemente degli eventi caotici come le interazioni umane usando un metodo ordinato come le interviste. Ah, se solo avessimo avuto un metodo in grado di rilevare le interazioni strette e poi in caso di positività avvertire le persone coinvolte, che ne so, qualcosa tipo un’app. 

Sì, diciamolo apertamente, se Immuni fosse stata scaricata da una percentuale decente di persone e gli operatori sanitari avessero comunicato regolarmente i codici dei positivi, la seconda ondata sarebbe stata probabilmente molto più controllata e controllabile, anche senza i tracciatori professionisti.

Nonostante ciò, non è troppo tardi: scaricare Immuni può ancora giocare un ruolo importante nel contenere i contagi, avvertendovi di eventuali contatti stretti “non espliciti” ed evitandovi così di esporre altri al rischio di infezione. 

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